La pertinenza del libro
La Repubblica pubblica oggi la lettera di un "un ragazzo di diciotto anni diplomato al Liceo Classico", un aspirante medico che avrebbe fallito il test di ammissione per iscriversi alla Facoltà di Medicina. Il ragazzo si lamenta perchè una delle domande del test riguardava un romanzo, in particolare si chiedeva l'autore di "Và dove ti porta il cuore". Secondo il ragazzo non si tratta di un argomento pertinente per valutare le capacità e potenzialità di un futuro medico.
Ovviamente ha torto. Intanto la domanda non era poi così difficile. Se uno studente di 19 anni non ha sentito parlare della Tamaro vuol dire che non ha mai messo piede "spontaneamente" in una libreria. Brutto segno, per uno che vuol intraprendere una carriera in cui è necessario leggere migliaia di articoli e di libri, una professione che richiede una conoscenza approfondita del linguaggio che è uno strumento di lavoro e non un optional.
Poi occorre aggiungere che un medico, secondo me, dovrebbe essere mediamente colto. Lo pensano anche le università americane o inglesi, dove si insegna la medicina anche attraverso le medical humanities, con corsi e seminari sempre più seguiti.
Trovo rassicurante che i test di ammissione a Medicina contengano domande sulla letteratura. La biologia e la chimica sono importanti, ma poi la clinica è tutta un'altra faccenda. Di fronte al malato, il medico ha bisogno di tutte le sue qualità "umane" per essere all'altezza del compito. Non gli bastano le pure conoscenze nelle varie discipline. Questo fatto implica che occorre valutare il complesso di queste qualità, nei limiti di un test scritto, per cercare di ammettere a Medicina giovani con un bagaglio di conoscenze, certo, ma soprattutto con apertura mentale, curiosità e interesse per tutte le opere dell'essere umano. Non fosse altro che per il fatto che ci si dovrà occupare di essere umani, mica (solo) di organi e di molecole.



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