Un articolo per Janus
Nel nuovo numero della rivista Janus (N. 35 autunno 2009 - inverno 2010) dedicato al tema "violenza e salute" c'è un mio articolo intitolato "Dal conflitto all'alleanza in psichiatria" (pag. 39-44). Illustro l'esperienza di un gruppo di lavoro che ha elaborato una bozza di carta etica per un Dipartimento di Salute Mentale. L'articolo non è attualmente disponibile in internet. http://www.mhjanus.it/
Verso una Carta Etica per la salute mentale
Nel 2008 ho coordinato un gruppo di lavoro con l'obiettivo di realizzare una bozza di Carta Etica per il Dipartimento di Salute Mentale. Questo documento è ora pronto per il suo compito primario, quello di avviare una discussione ampia tra gli operatori, i dirigenti e i cittadini. Ma in quali forme? Con quali tempi e modalità? Stiamo cercando di rispondere a queste (e altre) domande, per riuscire ad avviare un processo di elaborazione e condivisione "dal basso" che non si riduca a pubblicare un bel documento solo come una formalità. Il coinvolgimento di tutti mi sembra l'elemento essenziale di una professionalità eticamente orientata. Vi terrò informati.
La pertinenza del libro
La Repubblica pubblica oggi la lettera di un "un ragazzo di diciotto anni diplomato al Liceo Classico", un aspirante medico che avrebbe fallito il test di ammissione per iscriversi alla Facoltà di Medicina. Il ragazzo si lamenta perchè una delle domande del test riguardava un romanzo, in particolare si chiedeva l'autore di "Và dove ti porta il cuore". Secondo il ragazzo non si tratta di un argomento pertinente per valutare le capacità e potenzialità di un futuro medico.
Ovviamente ha torto. Intanto la domanda non era poi così difficile. Se uno studente di 19 anni non ha sentito parlare della Tamaro vuol dire che non ha mai messo piede "spontaneamente" in una libreria. Brutto segno, per uno che vuol intraprendere una carriera in cui è necessario leggere migliaia di articoli e di libri, una professione che richiede una conoscenza approfondita del linguaggio che è uno strumento di lavoro e non un optional.
Poi occorre aggiungere che un medico, secondo me, dovrebbe essere mediamente colto. Lo pensano anche le università americane o inglesi, dove si insegna la medicina anche attraverso le medical humanities, con corsi e seminari sempre più seguiti.
Trovo rassicurante che i test di ammissione a Medicina contengano domande sulla letteratura. La biologia e la chimica sono importanti, ma poi la clinica è tutta un'altra faccenda. Di fronte al malato, il medico ha bisogno di tutte le sue qualità "umane" per essere all'altezza del compito. Non gli bastano le pure conoscenze nelle varie discipline. Questo fatto implica che occorre valutare il complesso di queste qualità, nei limiti di un test scritto, per cercare di ammettere a Medicina giovani con un bagaglio di conoscenze, certo, ma soprattutto con apertura mentale, curiosità e interesse per tutte le opere dell'essere umano. Non fosse altro che per il fatto che ci si dovrà occupare di essere umani, mica (solo) di organi e di molecole.
Un blog per le MH
Segnalo un interessante, utile e autorevole blog per chi si interessa di medical humanities. Si tratta di un blog dedicato a questo tema dal BMJ Group Blogs, in collegamento con la rivista omonima. Il blog è curato da Deborah Kirklin. Merita di essere seguito. Lo trovate qui.
La cura della cura
Perché tante persone preferiscono rivolgersi a “curatori” estranei alla medicina “scientifica”, invece che al proprio medico di medicina generale o all’ospedale? Inutile nasconderselo, in parte è colpa del modo in cui vengono preparati i medici all’Università. Naturalmente non c’è solo questo, perché bisogna tener conto anche delle questioni relative al modo in cui si forma la “medicina popolare”, che sono decisamente più determinanti. Tuttavia, se la medicina scientifica vuole riguadagnare un po‘ di terreno nella fiducia dei pazienti, forse occorre proprio cominciare dalla formazione universitaria. Lo dice chiaramente anche Umberto Veronesi in un suo intervento su La Repubblica di ieri:
“Penso che il vuoto creato dal tramonto del medico-sacerdote e del medico-padre va colmato con un più intenso rapporto psicologico, fatto di condivisione razionale e di empatia. Che vuol dire immedesimazione nei bisogni e i problemi del malato. Vuol dire anche capire dove sono per quella persona il limite tra il dire e il non dire e i confini entro cui sacrificare lo spazio del possibile. Pochi spiegano ai futuri dottori, che vengono formati in modo sempre più specialistico, che il loro compito primario sarà di occuparsi dell’uomo, che non si potranno concentrare solo sulle malattie ma dovranno ragionare su come creare e mantenere un rapporto con il paziente”.



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