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Terza persona

di fabiofoti (02/06/2007 - 17:20)

 La categoria di persona rappresenta, nell'ambito delle discipline mediche, un fondamento implicito e uno sfondo dal quale far emergere temi e argomentazioni bioetiche. Per questo sono stato subito attratto dall'ultimo libro del filosofo Roberto Esposito, “Terza persona” (sottotitolo: politica della vita e filosofia dell'impersonale), edito da Einaudi.

Il volume ripercorre alcuni tratti della storia culturale che appaiono determinanti per la definizione di una categoria che attraversa la filosofia, il diritto, la bioetica e, ovviamente, la biopolitica. Si va quindi dal diritto romano al filone biopolitico ottocentesco inaugurato da Xavier Bichat, che attraverserà biologia, linguistica, antropologia, fino a connotarsi ideologicamente e a degenerare nella tanatopolitica. Si prosegue con il personalismo e la bioetica liberale, per approdare agli eterogenei tentativi di decostruzione del dispositivo della persona. Qui occorre ricordare almeno i nomi di Simone Weil, Emile Benveniste, Alexandre Kojève, Emmanuel Levinas, Maurice Blanchot, Michel Foucault e Gilles Deleuze.

Il filo conduttore del libro è l'ipotesi che “il sostanziale fallimento dei diritti umani – la mancata ricomposizione tra diritto e vita – abbia luogo non nonostante, ma in ragione dell'affermarsi dell'ideologia della persona”. Questa ipotesi riapre un orizzonte di riflessioni e di ricerche, oltre a mettere in crisi un edificio di certezze abitato da quasi tutti noi, così imbevuti come siamo da un “personalismo” semplificato e banalizzato. Antonio Gnoli, in una intera pagina de La Repubblica del 25 maggio scorso dedicata al libro, scrive: “di qui, secondo Esposito, il passaggio a un fronte categoriale nuovo che metta al centro l'idea di impersonalità”. Forse occorre proprio sostenere questo passaggio, perlomeno avvicinando l'opera di quanti vi si sono dedicati. Potrebbe anche rappresentare una possibilità di superamento della vistosa crisi di fondamenti dei saperi medici. Anche perchè, come ricorda Esposito nel colloquio con Gnoli, “più o meno tutti coloro che si sono richiamati all'impersonale lo hanno fatto in nome e per conto della parola vita”.

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