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194

di fabiofoti (05/03/2008 - 13:43)

Quello che succede in giro è noto: la 194 ancora sotto tiro, bizzarre alleanze tra atei-devoti e cattolici, tentativi di ritorno al passato. In tutto questo fervore regressivo, non ho potuto fare a meno di ripensare alle mie esperienze professionali. La mia tesi di laurea era dedicata alla consulenza psichiatrica per l’interruzione volontaria di gravidanza dopo il novantesimo giorno. In seguito, ho effettuato numerose volte questo tipo di consulenze richieste dai ginecologi. Tutte queste esperienze mi hanno insegnato molte cose, ma una in particolare mi torna adesso alla mente. Si trattava sempre di situazioni di estrema drammaticità, in cui era al centro un vissuto dolorosissimo di fallimento, di perdita, e di lacerante conflitto. Ho sempre provato una commozione profonda di fronte alle donne che ho incontrato in questi casi. A volte mi sono sentito quasi sopraffare dal dolore indicibile che incontravo, dai silenzi che sembravano spalancare un abisso senza fine, dal pianto che giungeva inesorabilmente durante il colloquio.

 

Spesso tutto quello che sentivo di poter fare era restare semplicemente lì, in ascolto rispettoso, testimone di una condizione difficilissima, comunque terribile. Quelle situazioni mi apparivano ingiudicabili. Sentivo che non si può umanamente essere vicini a questi drammi ed essere nello stesso tempo giudici etici di quei comportamenti. Come si può fare la morale a queste persone? Con quale coraggio, anzi, con quale viltà? Io quel dolore l’ho visto. E mi sembra semplicemente impossibile che si possa giudicare chi l’ha provato o l’atto correlato a quel dolore. Non rispettarlo e non accettarlo è insensato dal punto di vista etico, a voler essere generosi. Ma è peggio di così, è il segno di un’incapacità di condividere, di capire, persino d’amare. Tutte le belle parole delle dottrine vanno qui in frantumi e resta solo il deserto del dogmatismo. Un pensiero senza comprensione della vita che pretenderebbe di saperla difendere.

 

A questo pensavo.

 

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La responsabilità dello psichiatra

di fabiofoti (17/11/2007 - 15:40)

 

La Cassazione ha confermato la condanna di uno psichiatra per omicidio colposo, in relazione ad un reato commesso da un suo paziente. La notizia è sui giornali di oggi (non tutti) e merita qualche breve osservazione che vada oltre il caso particolare.

Come per tutte le professioni complesse, anche per la psichiatria occorre riconoscere l'inevitabilità dell'errore. Nonostante tutta l'attenzione, la competenza, la prudenza, il costante aggiornamento e persino la dedizione totale, è ancora possibile sbagliare. Ogni decisione dipende infatti da un numero elevato di variabili che hanno un peso sempre diverso, caso per caso, un fatto questo che rende necessario fare scelte in una cornice d'incertezza, per non rassegnarsi all'impotenza. Tuttavia oggi si riconosce la necessità di lavorare costantemente alla riduzione dell'errore, abbandonando l'atteggiamento un po' fatalistico della medicina paternalistica per una posizione di costante valutazione e critica del proprio operato. Sarà sufficiente in futuro proseguire su questa strada per poter continuare a fare questa professione con un minimo di serenità?

Per rispondere a questa domanda è necessario sottoporre a critica anche il contesto culturale in cui viviamo e lavoriamo. Si sta infatti affermando una mentalità (a cui non è estranea nemmeno questa recente sentenza) per cui la mancata utilizzazione di una terapia “teoricamente” adeguata al caso può determinare tutti i comportamenti patologici e/o criminosi che il paziente possa mettere in atto in un successivo periodo di tempo. Che significa questo? Semplicemente che la decisione sulla cura più opportuna non può più essere presa nell'ambito di un rapporto medico-paziente rispettoso delle competenze del primo e dell'autonomia del secondo. Significa che la cura deve essere decisa solo dal medico in relazione a ipotetici rischi immediati. Un paziente si arrabbia e alza la voce? Si aumenti la terapia, anche se si arrabbia con ragione, perchè tra questo comportamento e un eventuale aggressività si potrà riconoscere a posteriori un rapporto sufficiente a determinare la responsabilità del medico.

Non è difficile immaginare quali conseguenze potrà avere l'affermazione di questa mentalità. La perdita totale di autonomia del paziente psichiatrico, una prassi neomanicomiale diffusa con ricoveri di lunga durata, un ricorso massiccio ai farmaci somministrati alle massime dosi consentite, queste potrebbero essere alcune conseguenze. Si prospetterebbe un arretramento civile e deontologico senza precedenti. Detto questo, credo sia il caso di continuare a riflettere pubblicamente sull'argomento senza pregiudiziali, ma anche con la rivendicazione dei progressi terapeutici e delle conquiste etiche che hanno fatto della psichiatria uno strumento di libertà dalla malattia e non più di controllo su mandato sociale.

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