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Humanities: una terra di nessuno?

di fabiofoti (26/10/2007 - 21:29)

C’è qualcosa che non mi spiego. Il proliferare delle applicazioni “umanistiche” in molti ambiti della cultura e del lavoro non sembra accompagnarsi ad una riflessione altrettanto ampia nel mondo della letteratura. Forse qualcuno ricorderà che negli anni ’70 e ’80 vi fu una serie di “svolte narrative” che hanno riguardato la storia, l’antropologia, il diritto, la psicoanalisi, la medicina, svolte che in seguito hanno coinvolto persino la gestione d’impresa e l’economia, discipline apparentemente fredde, più tentate da modelli logico-matematici che da concettualizzazioni puramente qualitative. Insomma, metodi, materiali e idee di provenienza “umanistica” hanno dilagato in modo inarrestabile e non si segnala ancora un rallentamento o una crisi di questo approccio. Da decenni dunque si va scoprendo la necessità di una cultura capace di elaborare il significato (soggettivo ma condiviso, complesso ma afferrabile) delle esperienze e delle azioni umane. E si è trovata nei racconti, nei versi, nell’arte, la fonte di questa prospettiva. L’appropriazione della letteratura potrà dar fastidio, ma fa parte di un cambiamento di paradigma che è in atto da decenni e si rafforza costantemente, anche in ambito accademico. Ora, di tutto questo fenomeno, che cosa ne pensano gli scrittori, i critici letterari, i semplici lettori? Non si sa. Si discute molto d’identità dello scrittore, del ruolo della critica, di case editrici e di lettori, ma quasi sempre senza riuscire a guardare oltre l’orticello. La letteratura nel frattempo invade ampi territori, protagonista di una stagione di successi, forse di una rivincita verso le scienze della natura date troppo presto per trionfanti. Tutto questo non dovrebbe toccare profondamente o almeno incuriosire quanti scrivono? Non dovrebbe far sentire la necessità di un confronto, di un dialogo?

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