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A proposito di storia della psichiatria

di fabiofoti (10/01/2010 - 12:45)

DOMENICA de Il Sole 24 Ore ospita in prima pagina un articolo dello storico Sergio Luzzatto che ripercorre la storia della psichiatria italiana, oggetto di alcuni libri recenti (tra questi anche il saggio di Paolo Francesco Peloso "La guerra dentro. La psichiatria italiana tra fascismo e resistenza 1922-1945" editore Ombre Corte). Istruttivo.

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30 anni di 180

di fabiofoti (16/04/2008 - 19:52)

Segnalo lo "Speciale 180", una puntata di Fahrenheit (il programma di Marino Sinibaldi in onda dal lunedi al venerdi su Radio3) intitolata "1978 - 2008: 30 anni dalla chiusura dei manicomi. Fuori come va?", che verrà trasmessa venerdi 18 aprile, in diretta dalla sala A di Via Asiago. Sinibaldi intervistera` molti ospiti: ci saranno psichiatri, studiosi, testimoni, fra i quali Giovanni Jervis, Simona Argentieri, Peppe Dell' Acqua, Gilberto Corbellini. L'ingresso e` libero fino a esaurimento posti. Andateci, se potete, o almeno ascoltate la radio, se volete.

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La responsabilità dello psichiatra

di fabiofoti (17/11/2007 - 15:40)

 

La Cassazione ha confermato la condanna di uno psichiatra per omicidio colposo, in relazione ad un reato commesso da un suo paziente. La notizia è sui giornali di oggi (non tutti) e merita qualche breve osservazione che vada oltre il caso particolare.

Come per tutte le professioni complesse, anche per la psichiatria occorre riconoscere l'inevitabilità dell'errore. Nonostante tutta l'attenzione, la competenza, la prudenza, il costante aggiornamento e persino la dedizione totale, è ancora possibile sbagliare. Ogni decisione dipende infatti da un numero elevato di variabili che hanno un peso sempre diverso, caso per caso, un fatto questo che rende necessario fare scelte in una cornice d'incertezza, per non rassegnarsi all'impotenza. Tuttavia oggi si riconosce la necessità di lavorare costantemente alla riduzione dell'errore, abbandonando l'atteggiamento un po' fatalistico della medicina paternalistica per una posizione di costante valutazione e critica del proprio operato. Sarà sufficiente in futuro proseguire su questa strada per poter continuare a fare questa professione con un minimo di serenità?

Per rispondere a questa domanda è necessario sottoporre a critica anche il contesto culturale in cui viviamo e lavoriamo. Si sta infatti affermando una mentalità (a cui non è estranea nemmeno questa recente sentenza) per cui la mancata utilizzazione di una terapia “teoricamente” adeguata al caso può determinare tutti i comportamenti patologici e/o criminosi che il paziente possa mettere in atto in un successivo periodo di tempo. Che significa questo? Semplicemente che la decisione sulla cura più opportuna non può più essere presa nell'ambito di un rapporto medico-paziente rispettoso delle competenze del primo e dell'autonomia del secondo. Significa che la cura deve essere decisa solo dal medico in relazione a ipotetici rischi immediati. Un paziente si arrabbia e alza la voce? Si aumenti la terapia, anche se si arrabbia con ragione, perchè tra questo comportamento e un eventuale aggressività si potrà riconoscere a posteriori un rapporto sufficiente a determinare la responsabilità del medico.

Non è difficile immaginare quali conseguenze potrà avere l'affermazione di questa mentalità. La perdita totale di autonomia del paziente psichiatrico, una prassi neomanicomiale diffusa con ricoveri di lunga durata, un ricorso massiccio ai farmaci somministrati alle massime dosi consentite, queste potrebbero essere alcune conseguenze. Si prospetterebbe un arretramento civile e deontologico senza precedenti. Detto questo, credo sia il caso di continuare a riflettere pubblicamente sull'argomento senza pregiudiziali, ma anche con la rivendicazione dei progressi terapeutici e delle conquiste etiche che hanno fatto della psichiatria uno strumento di libertà dalla malattia e non più di controllo su mandato sociale.

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Storie di guarigione

di fabiofoti (22/09/2007 - 15:14)

Dalla malattia mentale si guarisce. Non sempre, a volte non completamente. Ma si può guarire. A dispetto della stigmatizzazione, delle cure tardive, sbagliate o dannose, della vergogna. A dispetto della gravità. Ma i pregiudizi sono ancora forti. Bisognerebbe dare la parola ai malati, ai guariti. Bisognerebbe ascoltarli, comprendere la drammaticità della lotta e la verità della speranza. Se ci fossero più occasioni di fare questo, si potrebbe persino cambiare la loro condizione d’isolamento e di paura. Non è facile, ma ci si può provare.

Per questo segnalo con piacere un’importante iniziativa pubblica delle amministrazioni locali del biellese, un concorso letterario (ma sarebbe meglio dire un concorso di scrittura) riservato a quanti abbiano vissuto personalmente un disturbo psichiatrico con esito favorevole: il concorso letterario intitolato a Emanuele Lomonaco (1951-2006), che fu direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL 12 di Biella. Tutte le informazioni sul sito www.concorso.utenti.net. La scadenza è il 31 dicembre 2007.

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PATHOS IN FABULA

di fabiofoti (02/04/2007 - 22:00)

La narrazione è ubiquitaria. Tutti raccontano, ogni giorno in ogni luogo. La narrazione è sempre stata lo strumento portante di una cultura, dai piccoli eventi della vita quotidiana alle vicende storiche, fino alla letteratura e al mito. Non dovrebbe quindi sorprendere che questo tema ricorra con sempre più insistenza negli scritti e nei discorsi di psicologi e psichiatri. Già ad una prima sommaria ricerca bibliografica emergono due dati interessanti: la crescita esponenziale delle pubblicazioni che si richiamano alla narrazione, a partire dagli anni ottanta, e la costante doppia funzione di tale concetto, sia come ponte verso teorie filosofiche e discipline umanistiche che come efficace strumento della pratica quotidiana.

L'interesse per la narrazione è dunque vasto, diversificato, presente lungo un continuum che va dalla riflessione teorica alle applicazioni terapeutiche, dalla filosofia della mente alle psicoterapie. Sembrerebbe un concetto "ecumenico", trasversale rispetto a teorie e tecniche diverse, ma non è ancora chiaro se rappresenti un terreno d'incontro o la fonte di nuovi malintesi.

Da dove viene questa novità e perchè è importante? La crescente presenza di approcci narrativi potrebbe essere una risposta al tentativo di fare della psicologia una scienza quantitativa (che misura gli oggetti di studio) e della psichiatria una disciplina medica "biologica" (che ripara un organo ammalato). L'appropriazione di un tema umanistico farebbe, in altre parole, da contraltare allo sviluppo di un sapere e di una prassi riduzionisti e oggettivizzanti. Così si esprimevano Bloch e Chodoff nel loro volume sull'etica psichiatrica dei primi anni novanta: "Negli ultimi vent'anni gli educatori in campo medico hanno risposto alla percezione largamente diffusa secondo cui la pratica della medicina si è largamente "disumanizzata" (...) con l'ideazione di programmi per coltivare un più forte "umanesimo" tra gli studenti di medicina". Questa spiegazione è convincente, considerata la protratta crisi dei saperi in quest'ambito, ma incompleta. Vi sono almeno altre due ragioni da considerare. La prima è la vistosa crescita di riflessioni interdisciplinari. La seconda è la rivalutazione della forma narrativa come fenomeno culturale ubiquitario, fondamentale per l'identità degli individui e i rapporti sociali. Si tratta dunque di un insieme complesso di ragioni in cui s'intrecciano le influenze filosofiche, i cambiamenti motivati da insufficienze teoriche e pratiche, i conflitti tra correnti di pensiero.

Che cos'è dunque una narrazione, cosa la rende tanto importante per la conoscenza della psiche e per la cura del disagio? Proviamo a darne una definizione. La più semplice potrebbe essere "una rappresentazione di eventi in una sequenza temporale". Per la nostra prospettiva, non è certo sufficiente (oltre che incompleta sul piano narratologico). Aggiungiamo allora che una narrazione è una rappresentazione che organizza l'esperienza secondo un significato proprio, ordinando gli eventi in una gerarchia coerente. La narrazione è dunque connettiva. Connette il sé con il mondo, il passato e il futuro con il qui e ora, il pensiero con l'emozione, la memoria con l'invenzione.

La narrazione è inoltre una forma della memoria, un modo per contenere e archiviare l'esperienza, ma nello stesso tempo è uno strumento cognitivo e formale del discorso che presiede alla costruzione del significato della realtà. A questo punto appare chiara la centralità della competenza narrativa tra le funzioni psichiche. E non è difficile immaginare quanto possa essere coinvolta nei processi patologici della mente. Questo coinvolgimento rimane tuttavia ancora tutto da indagare.

Al momento, infatti, ci troviamo in una fase di disordine sparso, ancora lontani dal poter dare una definizione accettabile del ruolo della narrativa in psicologia e psichiatria. Nessuno può comunque negare l'importanza del narrare nell'ambito di queste discipline. Un paziente racconta di sé al proprio medico e questi "racconta" la cura che prescrive. La stessa anamnesi è un racconto, se ben fatta, e non una semplice elencazione di eventi scollegati. Ancora più evidente è la dimensione narrativa nelle psicoterapie; ogni seduta è un capitolo scritto dalla coppia paziente-terapeuta e la cura procede come un romanzo verso lo scioglimento dei nodi che bloccano la vita nella sofferenza.

In proposito, si può fare un esempio basato sull'esperienza clinica. Immaginate una persona che si rivolga per la prima volta ad uno psichiatra, tra dubbi e paure, ma ben deciso a cercare un aiuto. Questo paziente si trova di fronte un medico "strano" che non ha fretta, fa poche domande, non esprime giudizi e ascolta. Si tratta di un'esperienza nuova. Inizialmente con qualche diffidenza, poi con più fiducia, il paziente racconta della sua sofferenza. Man mano che procede, l'occasione di poter parlare liberamente di un argomento che mette gli altri sulla difensiva viene utilizzata per dire tutto quanto era rimasto in ombra. Il poter raccontare la propria vita porta alla luce una storia personale elaborata sul momento. Il paziente non si limita quindi a comunicare delle informazioni al medico, ma costruisce narrativamente un diverso significato delle emozioni negative, facendo così il primo passo per stare meglio. Il primo colloquio è anche questo momento di elaborazione narrativa, molto più importante di quello che sembra, anche sul piano terapeutico. E se le cose stanno così, come può un medico (o uno psicologo) rinunciare ad una qualche competenza umanistica, senza rischiare di perdere un potente strumento di cura, oltre che una chiara virtù etica?

 

Versione modificata di un testo pubblicato nel 2004 sul trimestrale La Nuova Tribuna Letteraria n. 74.

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